Racconti

Sento continuamente dire “In questa terra non c’è lavoro, se non raccogliere i pomodori” e rispondere ”Un buon lavoro, se veramente uno lo vuole, lo trova”. Certo, se lo vuole veramente uno lo vuole, e basta.
Questo, però, è un altro discorso, voglio invece parlarvi del lavoro che non c’è, della mia terra e dei pomodori. In effetti, è lo stesso discorso.
Giornate come quella che mi accingo generosamente a descrivervi non sono rare.
Mi sveglia una telefonata proveniente dall’ultima agenzia interinale per la quale ho fatto un lavoro decente (con decente intendo un contratto a termine del cazzo). Una voce dal tono circospetto mi ordina di andare da loro per ritirare il CUD. Subito. Cosa sia, a cosa serva e cosa debba farci non mi è dato saperlo.
Chi non sta usando questi fogli per controllare se la biro scorre ancora, si aspetterà a questo punto di leggere di me che chiedo spiegazioni alla signorina dell’agenzia. Oppure che me la sbatto sulla scrivania di truciolato della reception, nel caso di qualche lettore perverso o appassionato di truciolato.
Niente di tutto ciò. Quando torno in agenzia mi sento come chi si vede con la sua ex per dare/avere gli oggetti lasciati in casa dell’altro. Se ti scappano le tipiche domande da fine rapporto su come sta adesso e se ha già trovato qualcun altro, si torna casa con una forte inclinazione al suicidio perché nella maggior parte dei casi le risposte sono Ora molto bene e Si.
Mi ammanto di orgoglioso silenzio ed entro, firmo, ritiro, vado via. Così. Senza nemmeno un abbraccio.
Voglioso di solidarietà raggiungo un mio amico. Leo. Sta ristrutturando un box con l’intenzione di farne un’officina, così gli do una mano. Dopo qualche mezz’ora di fatica arriva il proprietario del buco, un vecchio gagliardo e qualcos’altro che fa anche rima. Chiede a Leo se nel pomeriggio vuole andare a fare un trasloco per lui. A questo punto vedo i due che si allontanano e sembrano confessarsi a vicenda.
Leo mi dirà poi che stava proponendo al vecchio di far lavorare anche me e che gli ha dovuto spiegare chi sono, cosa faccio, se sono un tipo affidabile. Ha dovuto dargli le mie referenze! Per spostare mobili da una posto ad un altro ha voluto le mie referenze! Non gli bastava vedere che ho le braccia.
Partiamo nel pomeriggio. La squadra è formata da Leo, me e Yuri, uomo di fiducia del vecchio. Lui è il capo spedizione. Il mezzo è un furgone bianco targato NO, più che una targa, un presagio.
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Venerdì, 23 Dicembre 2011 22:01

 
La cosa più strana, circa l'avvenimento di cui hanno parlato i giornali e che va sotto il nome di rivolta delle sette, è che essa era stata fissata per le sei. Ma in realtà poteva esser fissata per un'ora qualsiasi, poiché per sette s'intendeva non l'ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. Sette, plurale di setta.
Purtroppo, finché c'è una sola setta, tutta va liscio; ma, quando esse cominciano a moltiplicarsi, si salvi chi può. E questa fu causa non ultima dei guai a cui andò incontro il moto insurrezionale.
Difatti gli organizzatori fissarono la sommossa, come detto, per le sei del pomeriggio. Ora comoda, né troppo presto né troppo tardi, che permetteva a tutti di parteciparvi senza scombussolare né l'orario d'ufficio né quello della cena. I congiurati si passarono la voce, come è buon uso nelle congiure; e del resto non si può fare diversamente in questi casi, e bisogna farlo con le dovute cautele. Un congiurato, passando accanto a un altro, mormorava in fretta, senza guardarlo, per non dar nell'occhio agli altri passanti:
« Ci vediamo alla rivolta delle sette ».
L'altro credeva che alludesse non alle associazioni, ma alle ore. Né, del resto, poteva stare a domandare spiegazioni, anzi doveva filar via come niente fosse. Cosi pure, si svolgevano dialoghi di questo genere:
« Anche tu fai parte della rivolta... ».
« ... delle sette, sì. »
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Domenica, 20 Novembre 2011 15:08

 


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